Ringrazio la Signora Preside e gli amici e colleghi del prof. Renato - amici e colleghi di ben più lunga data - per avermi offerto l’onore di presentare questa mostra di pittura.
Mi piace, in questa occasione, mettere in rapporto il modo di porsi davanti alla vita e alle persone da parte di Renato Zanette, col suo modo di dipingere, e interrogarmi con voi sul perché di certe scelte artistiche, per individuare, se possibile, un “filo conduttore” nella sua esperienza creativa.
Impresa ardua nel caso di Renato Zanette: egli sfugge ad ogni classificazione: sembra anzi divertirsi a seminare chi cerca noiosamente di appiccicargli addosso una qualche etichetta artistica: Renato si diverte a dipingere e divertendosi, involontariamente quanto necessariamente, sfugge ai propri inseguitori.
C’è, accanto a questa gioia del dipingere, un bisogno, un’urgenza di esprimersi, di comunicare, riscontrabile nei veri pittori, che finiscono un po' per disperdere la propria arte nella propria vita.
Significa che l’artista viaggia oltre gli schemi, che non si preoccupa particolarmente della sua collocazione artistica, dello spazio che la critica gli assegna: significa, insomma, che l’artista anche spreca, getta al vento con generosa quanto inconsapevole leggerezza, parte delle proprie creazioni, seguendo il proprio istinto vitale, così, senza alcun calcolo, neanche quello nobile - ma pur sempre mediato - di natura più propriamente artistica.
A ben pensarci, però, quella - come definirla? - “gestione più oculata del proprio talento”, che affettuosamente io come altri gli chiedevamo, sarebbe dovuta scaturire da una precisa volontà di emergere, “di farsi strada”, che a Renato risultava sostanzialmente estranea, pur avendo egli esposto in varie importanti occasioni, anche all’estero: in Germania, in Austria, negli Stati Uniti.
Da qui, da questi suoi atteggiamenti liberi, in cui davvero arte e vita sapevano convivere senza confini, derivano certe sue simpatiche quanto significative particolarità: guai, ad esempio, a catalogare con ordine le sue opere; guai, se aveva bisogno di uno spazio per dipingere, spinto dall’ispirazione del momento, a cercare una nuova tela: spesso prendeva un’opera già realizzata che stava lì in un angolo, a portata di mano, e ci dipingeva sopra, o sul retro; abbiamo trovato, infatti, allestendo la mostra, alcuni suoi quadri - come dire? - doppi, “double face”!
E’ per questo suo modo libero di far arte, per questa sua attenzione al gesto stesso del dipingere, all’atto del creare visto come esperienza diretta, vita esso stesso, che, forse - ma non vuole essere davvero una forzatura -, il luogo dove ha necessariamente trovato spazio la mostra, l’officina, pur magistralmente trasformata in sala espositiva, è risultato essere alla fine, quasi per magia, un “habitat” congeniale all’arte di Renato Zanette: per quel suo essere luogo-simbolo della provvisorietà, del lavoro in corso, continuamente rettificato, trasformato, luogo del movimento…
Ma parliamo della mostra
Abbiamo scelto, con la preziosa consulenza dell’amico prof. Dalla Libera, detto Lhupo, quelle tele che potevano facilmente essere ricondotte ad un’idea di fondo, un tema, oltre che ad un certo modo di “vivere” la pittura. Non è stato facile; molti quadri sono rimasti esclusi; quelli ad esempio che possiamo definire “quadri nei quadri”, di cui abbiamo un modello qui in entrata, attraverso un’opera che vuol rappresentare un invito alla mostra, e con porrei cacanti ad un’altra che intende rivestire lo stesso significato introduttivo: l’autoritratto dal titolo “Mentre dipingo”, che ci offre di Renato un’immagine in puro movimento, quasi febbrile, tesa a comunicare le proprie emozioni, che si confonde con la tavolozza; immagine potente, per la verità anche un pò inquietante.
Era necessario, dicevo, scegliere, e abbiamo così selezionato un gruppo di opere, anche di anni diversi, che potessero essere legate ad una caratteristica di fondo dell’arte di Renato: il movimento.
Ed ecco allora la spettacolare serie delle auto da corsa: bolidi trasformati in macchie di colore rosso, giallo, bianco; grumi di colori in collisione, spezzoni di spoiler sfreccianti con le loro scie colorate; immagini seducenti, soprattutto per le loro caratteristiche cromatiche, che in qualche modo riscoprono il mito della macchina e della velocità di matrice futurista, ma che, nel contesto dell’arte di Renato, non sono che l’ennesima espressione dell’emotivo rapimento, talora quasi infantile, altre volte assai più evoluto, raffinato, prodotto in lui dal movimento, vuoi animale, vuoi umano, vuoi musicale.
E abbiamo, allora, i quadri riconducibili al ritmo particolare ed impalpabile del suono, creato dagli strumenti musicali, resi anch’essi vivi e parlanti, capaci di emozioni, come nella grande tela “Due viole in amore”, che vede accostati e palpitanti i due strumenti; abbiamo, in questo stesso ambito, la serie straordinaria dei “Direttori d’orchestra”: quale immagine più potente di un uomo che cerca di governare la musica e al tempo stesso la inventa, la crea, ed è insieme condannato ad inseguirla?! Quale potente metafora del pittore che tenta di catturare e governare la luce, il colore, le immagini, le forme, e al tempo stesso le inventa, ed infine è condannato inseguirle, prigioniero della sua stessa illusione?! Quale potente metafora - permettetemi - dell’uomo, che cerca di governare il movimento, la vita, al tempo stesso li genera, li crea, e infine, insieme, è condannato ad inseguirli!
Un altro gruppo di opere ha per tema l’animale - simbolo della forza, del vigore, della vitalità, della velocità, dell’equilibro, con cui migliaia di artisti si sono misurati: il cavallo.
I cavalli dei quadri di Renato: con quelle loro figure sempre immerse in un turbinio di colori, attraverso i quali, talvolta, si fa largo un occhio d’animale intenso e un po' spaesato, dietro cui si nasconde forse l’occhio dell’artista. E ancora l’elemento umano rappresentato dal fantino che tenta di governare il movimento seguendo quelle dell’animale, che produce egli stesso la vita, che la rincorre, la insegue.
E’ ancora il tema che abbiamo scelto a farla da padrone, poi, nei due quadri raffiguranti i levrieri in corsa (il quarto gruppo di opere), per finire con le immagini di due insetti: l’ape e la farfalla; quest’ultima in particolare tante volte ripresa da Renato Zanette, con quel suo “niente” di velocità e colore che certamente lo affascinava.
Opere, queste che abbiamo qui allineato, di grande continuità e coerenza, tipiche di anni in cui la ricerca giovanile sembra essersi, in parte almeno - pur nell’apparenza febbrile della sua pittura - placata; si è placato quel “nomadismo culturale” di cui qualche critico ha parlato, frutto della sua grande curiosità, ma mai dispersivo o sperimentalistico, come è stato notato, in quanto frutto di esperienze “sentite”, dove la forma è sempre al servizio del contenuto che Renato vuole esprimere.
Perché non c’è intellettualismo nell’arte di Zanette, che sa lasciarsi trascinare dal suo sicuro istinto, dalla vita…; e la vita esce dalla tela coi suoi colori, le sue forme, esplode con le sue emozioni. Velocità, movimento, libertà, dunque, ma anche equilibrio, bisogno di comunicare e di farsi capire: Renato non abbandona totalmente la figura al suo destino, alle sue estreme conseguenze, lasciando che si dissolva nel colore; Renato non diventa pittore astratto: è, probabilmente, il suo bisogno di comunicazione a frenarlo, a suggerirgli questo fragile quanto magico equilibrio tra movimento-forma-colore, per cui le sue opere, alla fine, rimangono, pur con qualche difficoltà di lettura, sostanzialmente decifrabili.
In questa chiave, se avessimo più tempo, sarebbe anche interessante riflettere sull’attrazione che su di lui esercitavano alcuni grandi pittori contemporanei, come l’italiano Afro o l’inglese di origine irlandese Bacon. Quest’ultimo, in particolare, ha ispirato alcune suo opere, anche se mi pare lontano dal suo modo di sentire l’arte.
Francis Bacon con quelle sue deformazioni, quei suoi corpi distorti e sfigurati, con le sue angosce, mi sembra, infatti, più rappresentare ciò che Zanette non era, o non poteva essere se non drammatizzando la propria arte, stravolgendola con la propria natura. E allora, come spesso succede, Renato era attratto da Bacon, come verso qualcosa di opposto al suo modo di vivere l’arte.
Vorrei concludere questo mio intervento accompagnandovi su un altro terreno artistico, la poesia, e leggervi, per questa bella occasione, una lirica di Eugenio Montale, che mi è parsa vicina al modo leggero di sfiorare la vita da parte di Renato: leggero ma tutt’altro che superficiale!…
La composizione, che s’intitola “Maestrale”, parla appunto del vento che muove le piante, che muove il paesaggio; parla delle “cose” che sembrano svelare i loro segreti più intimi, e sembrano chiedere di essere portate “più in là” dalla penna del poeta o dal pennello del pittore.
E dedichiamo questa poesia a Renato, così, con semplicità, leggerezza ed amicizia.
MAESTRALE
S’è rifatta la calma
nell’aria: tra gli scogli parlotta la maretta.
Sulla costa quietata, nei brogli, qualche palma
a pena svetta.
Una carezza disfiora
la linea del mare e la scompiglia
un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora
il cammino ripiglia.
Lameggia nella chiaria
la vasta distesa, s’increspa, indi si spiana beata
e specchia nel suo cuore vasto la codesta povera mia
vita turbata.
O mio tronco che additi,
in questa ebrietudine tarda,
ogni rinato aspetto coi germogli fioriti
sulle tue mani, guarda:
sotto l’azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
nè sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
“più in là”!