Da “Arte Italiana nel XX secolo”, 1976

Passato attraverso esperienze manieristiche che caratterizzano la prima produzione, Zanette matura la sua esperienza artistica nel metafisico. Pochissime sono le sue opere di metafisica pura, ma bastano per lasciare un segno indelebile in tutta la sua produzione.
I suoi colori non sono mai vivaci. Domina il blu. La pennellata veloce e la fugacità delle sue figure infondono alle sue opere una dinamicità ed una profondità non comuni.
Il movimento diviene protagonista principale nella sua pittura: mai un momento di staticità, sempre la lotta, in un perenne anelito di libertà da un’oppressione superiore. Inumana.

Articolo sul giornale “L’Azione” di Giorgio Mies, aprile 1987

Delle opere di Zanette quello che subito colpisce è la originalità di visione oltre alla modernità dello stile che naturalmente tradisce la suggestione per i grandi maestri di questo secolo in particolare di De Chirico del periodo metafisico e poi Burri che si serviva di oggetti cosiddetti “bruti” presi dall’ambiente del vivere quotidiano quali gli stracci appunto di Dalì, la cui esperienza pittorica muoveva dalla trascendenza del reale per giungere a visioni fantastiche, surreali, simboliche. Questo andare oltre la pura e semplice identificazione del reale per entrare coscientemente in un astrattismo surreale, con delle figurazioni nuove che hanno del neo impressionismo per il recupero dell’immediato e dell’istintivo, oltre che presentarsi come una costante nella produzione artistica di Zanette induce ad una riflessione fondamentale su quella che è la vocazione dell’arte contemporanea, basata non più semplicemente sull’imitazione della natura, bensì sulla sua interpretazione, che prende le mosse da una emozione soggettiva molto profonda.

Presentazione alla mostra con Franco Anselmi, di Ted Higgs, circa 1990

[…]
La stessa forza la possiamo notare in Renato Zanette. Qui, però, lo strumento è diverso. Con tutti i soggetti che vedevo nelle sue opere all’inizio, ho trovato difficoltà a capire un quadro isolato. Infatti le sue opere tendevano a coinvolgersi e completarsi come un grosso collage, un paesaggio collettivo, una proiezione verso la realtà del mondo immaginativo dell’artista.

Mentre visitavo la sua recente mostra a Fregona, sono stato colpito da questa sensazione iniziale. Mi sono accorto che questo non dipendeva dalla disposizione materiale delle opere stesse ma da una attrazione di un’opera per l’altra, ed io catturato nel campo gravitazionale provocato dalle stesse, mi sentivo parte del collage.

Recentemente il maestro ha detto, quasi scherzando, se mi ricordo bene, che nella sua arte sta perdendo il senso della linea a favore di una intensificazione corrispondente di colore.

Penso che questa sia un’osservazione molto importante, ma non so se sono completamente d’accordo che egli ha perso il senso della forma. Anzi penso che la forma sia stata assorbita nella elaborazione delle sfumature, come se la linea fosse stata prodotta nell’intensità - come, per esempio, nella scienza moderna la massa si trasforma in energia.

L’artista coglie il movimento del soggetto e con una notevole facilità lo fissa al suo quadro lasciando all’osservatore la possibilità sì di notare l’immagine, e allo stesso tempo lo invita ad immaginare il movimento futuro dando spazio a tutta la sua fantasia come nel caso del quadro delle farfalle, le quali esprimono un sentimento di shock per essere state catturate. Ma allo stesso tempo esiste anche la possibilità che le stesse, diventate libere, volino via, dando spazio a quella potenzialità esplosiva interna propria dell’opere e dell’artista. Ed è in questa, come in tutta la sua arte, che si nota la capacità dell’artista di cogliere e fissare l’azione e di dare con questo mistero interno la possibilità all’osservatore di lanciare la propria immaginazione nella speranza di trovare qualche risposta.

Non posso finire senza citare la passione di entrambi [Zanette e Anselmi]. Sono così dedicati al mestiere che sono sempre pronti a partire con breve preavviso per mostre in città lontane, città con nomi molto lunghi. Per merito del loro sforzo questo entusiasmo ha dato il via ad altri artisti vittoriesi giovani - e meno giovani - e speriamo che questo spirito si sentirà ancora di più nel comune il prossimo anno.

Per me il loro spirito non è diverso da quello che avevano i pionieri americani secoli fa - completamente convinti di se stessi, con voglia di lanciarsi verso territori sconosciuti a loro personalmente ma sconosciuti anche in un senso più profondo. Sono artisti nell’avanguardia dell’arte moderna, soprattutto nell’esplorazione della profondità e grandezza dell’arte del futuro.

A mio avviso, questi sono due dei pochi che dobbiamo seguire nella speranza di capire e realizzare la potenzialità dell’arte nel nostro prossimo futuro.

Critica di Paolo Rizzi, marzo 1990

Due vecchietti, colti di spalle, stanno guardando un quadro. E’ la famosa “Canestra” del Caravaggio, all’Ambrosiana. Noi guardiamo i vecchietti che guardano il quadro. Qualcosa si mescola: una complicità fluida ci intriga. La pittura di Renato Zanette è apparentemente rappresentativa, ma sotto cova un sottile ordito concettuale. Mi ricorda, mutatis mutandis, la tanto discussa relazione concettuale di Giulio Paolini (“Il giovane che guarda Lorenzo Lotto mentre lo dipinge”). C’è come uno scambio di ruoli tra la pittura e la vita.
Si potrebbe dire: è il tempo che consuma l’immagine. La consuma: cioè la modifica, la sforma, la distorce. La stessa “Canestra” del Caravaggio ridipinta da Zanette entro una finta cornice dorata - quadro nel quadro - non è più la stessa: anzi, è “un’altra cosa”. Stiamo assistendo ad un fenomeno strisciante: il fenomeno stesso della pittura come illusione magica. Tutto provoca una sensazione di effimero, di qualcosa che passa. E’ l’Ukiyo-e giapponese: la pittura del “mondo che fluttua”. O, magari “Las meninas” di Velazquez: sdoppiamento di una scena dove appare il pittore che dipinge se stesso mentre dipinge…L’abilità delle sensazioni; e coscienza, appunto della vita - diceva Nietzche - quale “rappresentazione del mondo”. Spettacolo aperto, mutevole, ambiguo.
Renato Zanette dipinge da ventisei anni. Si può dire: ha sempre dipinto. La perizia tecnica è innegabile. Il suo percorso stilistico rivela una straordinaria motilità culturale: uno sforzo di adoperare linguaggi anche i più diversi. Ha dipinto in chiave informale, sua sul segno che sulla materia, in chiave espressionistica, in chiave metafisica, oltre che secondo i moduli più correnti dell’impressione fenomenica. E’ stata una lunga sperimentazione: una ricerca che ha superato ogni inerzia mentale.
Zanette ha sempre avuto la consapevolezza del mutare delle sensazioni e proprio per questo non ha mai voluto legarsi ad una “sigla”. E’ proprio questa elasticità che lo ha portato, negli ultimi tempi, ad approfondire - sia pure in modo soft, quasi furtivo - il nodo della relazione spazio-temporale: la pittura come luogo di una ricettività che da fisica diventa psicologica. Qualcosa che si modifica continuamente, come una corrosione sotterranea. Fantasmi striscianti.
Una tale impostazione è di attualità sconcertante, anche se non è mai paradigmatica. Si potrebbe dire, paradossalmente, che proprio questa mancanza assoluta di schematismo (qualcuno potrebbe definirla “nomadismo culturale”) porta Zanette sul terreno d’un post-moderno stimolante. Ogni quadro è uno stato d’animo: cioè un’avventura. L’artista si rende libero da ogni convenzione: pronto com’è a scattare ogni qualvolta l’istinto lo punge. Ne escono quadri magari eterogenei ma certo sempre assai “sentiti”. Uno degli ultimi rappresenta un giornale spiegazzato: esso è quasi un aforisma della labilità di tutto ciò che ci sta attorno. Un concetto filosofico-esistenziale: ma anche un modo per inserire la vita con tutte le sue contraddizioni, i suoi slanci, le sue amarezze nel tessuto della pittura.

Articolo sul giornale “L’Azione” di Giorgio Mies, settembre 1991

IL TRAVAGLIO DELL’ARTISTA

Le opere di questo giovane artista vittoriese vanno viste come un modo abbastanza singolare di interpretare il travaglio, irto di contraddizioni, dell’arte contemporanea, che si può cogliere in particolare in sei quadri esposti alla mostra uno accanto all’altro.
Il primo, dal titolo “Tempo I: ammirando il Caravaggio”, ci presenta due anziane persone sedute di spalle, davanti a un quadro con la celebre “Canestra”, intente a colloquiare: evidentemente un’opera d’arta tanto perfetta suscita emozioni piacevoli da comunicare.
Non altrettanto invece avviene di fronte ad un quadro astratto quale quello del “Tempo II”, alludendo con ciò alla incomunicabilità che talora accompagna dipinti di questo genere. Nel “Tempo III” l’uomo-artista pare quasi voglia entrare nel quadro per impossessarsi dei segreti della comunicazione.
Nel “Tempo IV” diviene rasserenante la rievocazione del sorriso leonardesco tratto dal noto cartone di Londra, mentre in basso il colore è ancora materia informe. Nel tempo successivo tale materia prende forma sotto la mano abile dell’artista, che, pure a fatica, ne vince ogni resistenza per dare corpo all’idea, che esige di essere espressa.
Il “Tempo VI” ha il significato di una intuizione: come il Dio di Michelangelo nella Cappella Sistina crea il mondo, così l’artista ha la presunzione di compiere un atto altrettanto creativo. E l’accostamento non deve poi sembrare tanto irriverente, se l’arte va intesa come un tentativo sull’assoluto.

Presentazione alla mostra personale a Cappella Maggiore, di Ted Higgs, settembre 1991

Sono molto lieto stamattina di presentarvi le opere dell’artista Renato Zanette. Aspetto sempre con molta ansia le notizie delle sue prossime mostre, perché rimango sempre colpito e, in un certo senso, attratto dalle sue opere.
Penso che la prima cosa che si vede sia la tremenda energia o potenzialità catturata da ogni pezzo. Guardare al fondo di un’opera è come essere in volo sopra un uragano e guardare giù nel vortice ed essere capace, solo parzialmente, di sentire la magnifica spinta della natura.
La situazione qui, sebbene sia simile, non è così disperata, perché Zanette sta molto attento a non escludere lo spettatore dall’esperienza. Questo non vuol dire che l’esperienza sia sempre facile, ma sta a significare che esiste un’entrata nella sua arte per chi ha l’intelletto (e il cuore) disposto.
Penso si possa cominciare la nostra discussione con una semplice osservazione, cioè l’energia che sentiamo, deriva da due fonti: (1) i colori e la maniera in cui essi collaborano a favore della composizione, e (2) la forma stessa.
E’ importante qui rendersi conto che incontreremo diversi paradossi. Il primo è sempre il problema dell’immediatezza o la spontaneità delle opere. Come si vede le fortissime pennellate non sembrano studiate - non sono i risultati finali di una serie di abbozzi in matita prima della loro esplicazione esatta nell’opera.
Se questo è vero, non smentiamo in questo caso ciò che abbiamo pensato d’arte fino a questo punto? In un certo senso, sì - ma per lo più, no.
Dico “no”, perché c’è sempre il bisogno (o l’ossessione se stiamo parlando dell’artista) di “tradurre” le sue idee sulla tela. In questo contesto, sostengo, le opere di Zanette rappresentano una forma d’arte più pura.
L’immagine stessa assume una vitalità ed un movimento metafisico della mente dell’artista su tela, e forse questo tipo di trasferimento accade con più precisione se viene fatto spontaneamente. Riflettere, si, ma poi agire in risposta all’immagine. L’atto proprio del dipingere crea un tramite attraverso cui l’immagine deve muoversi.
Pensavo sempre che le tele di Zanette mostrassero immagini sforzandosi di nascere - e non soddisfatte solo con il bidimensionale - ma sforzandosi esplosivamente di estendersi al tridimensionale.
Com’è possibile che Zanette possa realizzare quest’effetto?
Il primo elemento di cui ci accorgiamo, direi, è la maniera in cui utilizza i colori: il modo strano in cui i colori contrastano e si completano l’uno con l’altro e la profondità che i colori permettono alla composizione. Cominciamo con quest’idea. Anche così, il poco che ho detto prima delle opere, è sufficiente per darci il suggerimento che alle opere di questo genere occorre un po' di profondità. Zanette realizza questo, fornendo una base su cui non solo il movimento del soggetto, ma anche il “movimento” o la gamma dei colori sarà giudicata - giudicata nel senso che il contrasto di ogni colore successivo verrà interpretato in confronto a questo fondo.
Secondo, i colori che si contendono sopra questo campo sono riusciti molto bene nel modo particolare in cui sono impiegati insieme. Non parlo adesso della forma, non ancora, ma dei colori stessi qualche volta contrastanti ed attiranti l’attenzione a sé stessi, spesso in maniere sorprendenti. Anche questo aumenta il senso di energia e attività. Però, i colori, almeno per me, forniscono l’emozionale e umanizzante componente dell’esperienza. Cioè i colori, soprattutto il loro movimento, diventano il tramite delle emozioni, proprio qui dove l’occhio e l’intelletto dello spettatore entrano nell’equazione artistica per il salto finale dell’idea.
L’altro elemento, la forma, per me è più difficile, e la sua presenza più sottile, sebbene io diventi sempre più convinto della sua importanza generale in queste opere e più rassicurato dalla sua difficoltà di presentazione. In quasi tutte le opere sembra che ci siano due considerazioni principali che riguardano la forma. La maggior parte di esse ha una figura centrale, ma questa figura è schierata sempre in relazione ad una matrice di movimento. Potremmo suggerire che la figura centrale costituisce il cuore della matrice; però ignorare il contesto sarebbe, direi, un errore, perché lo spazio della tela si estende, possiamo immaginare, oltre il 60 per 70 dell’opera. Le linee di questi quadri danno l’impressione della corsa di interi sistemi di stelle attraverso il cielo. Li vediamo scontrarsi, unirsi, e separarsi.
Detto in un altro modo, è come guardare il movimento in due dimensioni diverse allo stesso tempo - dimensioni però che inesplicabilmente di influenzano l’una con l’altra.
E che cosa offre un campo creato così alla figura centrale? Come ho detto fornisce una matrice, un dinamismo, in cui vediamo la figura muoversi: il cavallo al galoppo, la farfalla sbattere le ali disperatamente, la donna piegarsi, alzarsi a sedere per guardare, forse, fuori verso lo spettatore.
Come ho indicato all’inizio, ogni nuova mostra è un’avventura per via della varietà di risposte che queste opere ci richiedono. La mostra di oggi non è un’eccezione. Anzi, le opere qui per la loro tecnica e composizione rappresentano ancora un passo avanti per l’artista, e sono fiero di essere stato invitato a partecipare alla loro esposizione. Auguro a tutti quelli che non conoscono le opere di Renato Zanette, il piacere che si sente nell’essere coinvolti con un’artista che richiede la nostra attenzione e il nostro rispetto; all’artista, buona fortuna per la mostra e per il futuro.

Critica di Pietro Panzarino, circa 1992

Il pittore Renato Zanette avverte profonda l’esigenza di rispondere prima di tutto al suo io interiore, più che seguire il gusto che talvolta può diventare la moda del fruitore.
E’ possibile individuare dei percorsi ben definiti e certi, quasi segmenti dentro questa ricerca, che parte da lontano; egli si pone pur nella sua modernità sulle orme dei grandi artisti.
Nei primi tre dipinti [il riferimento è alla serie Arte-tempo] mi sembra di individuare quasi una serie di sequenze di cui l’ultima è il culmine: si parte da due individui che di fronte all’opera d’arte, sia pur bella, restano quasi indifferenti e insensibili, tanto che continuano a comunicare tra loro; nella fase intermedia già si può cogliere la supremazia dell’opera d’arte che ormai è divenuta l’interesse principale, perché maggiormente interiorizzata da chi la guarda. Il culmine si realizza quando lo spettatore la interiorizza totalmente al punto da non sentire più l’esigenza di comunicare con il suo simile, perché è condizionato dall’opera d’arte.
A quel punto l’opera d’arte non ha più bisogno della figura umana è sufficiente ormai il cenno appena tratteggiato dalla pennellata dell’artista.
Comunque di questa condizione umana la donna è l’emblema più significativa, sia quando lancia il messaggio dalla sua espressione viva, sua quando le fattezze di colgono appena.
Dalla tensione umana, interiore, appaiono tutti i tratti della socialità, del dialogo, del confronto, vedi il colloquio “leonardesco” tra le donne, vedi il maestro che infiamma gli orchestrali, che pure non sono reppresentati.
Di questa attenzione verso l’altro modo della comunicazione, quale in fondo è la musica, abbiamo ancora qualche saggio, nel momento in cui l’artista si cimenta con il mondo inanimato, vedi gli strumenti musicali, vedi il prato con il cipresso, ove il simbolismo è evidente nell’albero che sa resistere di fronte alle intemperie.
Spesso, Zanette sa cogliere una dimensione di moto, di movimento, quando dipinge farfalle fugaci, ove la pennellata con la sua policromia quasi informale riesce ad incantare, oppure lascia intravedere un’auto.
Entrambe le opere sono emblematiche di un concetto della vita e dell’esistenza che è lontana dall’atteggiamento di serenità e di contemplazione ma esse pure testimoniano la dimensione di slancio e di tensione vitale.

Presentazione alle sale espositive di Percorsi d’Arte 90 a Venezia, di Giulio Gasparotti, maggio 1994

La matrice espressionistica, in queste opere tutte recenti di Renato Zanette, ha subito un ulteriore affinamento convogliato su presenze e tracce aperte ad esprimere anche intenzioni simboliste, oltre che accordi idonei a creare il motivo attraverso contrasti di colore e di linee per mettere in risalto le tensioni negli equilibri.
Il tutto è esplicitato dal colore, dal segno cromatico e da più o meno scoperte identità formali.
Zanette coglie dal veduto soltanto alcune indicazioni, meglio la struttura generale, da trasfigurare con slanci di luci interne ed esteriori sufficienti a divenire lo specchio che, in un certo senso, raccorcia il presente collegandolo alla vita. Attraverso il frammento assunto dalla realtà e rielaborato fino a farlo risaltare e a farlo diventare nuovo e diverso nell’impaginazione compositiva.
Una pittura che sta tra la meditazione e l’astrazione, che non schematizza, ma inventa nell’ordito una larga serie di suggerimenti visivi legati all’espresso e al non espresso, al mistero che incombe e agisce nell’inesplorabile, mettendo a nudo le contraddizioni esistenziali, tra uomo e ambiente, tra valori materiali e spirituali, tra l’individuo e gli altri. Così, Zanette, di fronte al soggetto si predispone alla sua assimilazione, scomponendo, ricomponendo, sconvolgendo l’esperienza vissuta, cogliendone l’ultima sintesi, facendola vibrare negli addensamenti e nella struttura rafforzata. Non è quindi solo la disposizione dei piani, non sono nemmeno le sagome sforbiciate, ne il contesto dinamico a determinare le insistenze e i momenti al di fuori della visione ottica, bensì l’indagine di quella verità capace di oltrepassare ogni aspetto fisico e fenomenico. I piani larghi e il vigore dei colori, gli accostamenti e le analogie, abolendo la distanza tra le cose e l’ambiente, incalzano i ritmi che esaltano tutto ciò che è colore portando impresso anche il gesto e l’emozione.
Il rapporto, infine, delle figure con il fondo, conserva il contatto con la realtà, magari entro la sfera dove le forme assurgono ad immagini e strumenti della contemporaneità, perché simili forze endogene e a incontenibili flussi nell’unità compositiva originale e disinvolta.

Presentazione alla mostra commemorativa presso l’IPSAA G. Corazzin, di Francesco Crosato, maggio 1997

Ringrazio la Signora Preside e gli amici e colleghi del prof. Renato - amici e colleghi di ben più lunga data - per avermi offerto l’onore di presentare questa mostra di pittura.
Mi piace, in questa occasione, mettere in rapporto il modo di porsi davanti alla vita e alle persone da parte di Renato Zanette, col suo modo di dipingere, e interrogarmi con voi sul perché di certe scelte artistiche, per individuare, se possibile, un “filo conduttore” nella sua esperienza creativa.
Impresa ardua nel caso di Renato Zanette: egli sfugge ad ogni classificazione: sembra anzi divertirsi a seminare chi cerca noiosamente di appiccicargli addosso una qualche etichetta artistica: Renato si diverte a dipingere e divertendosi, involontariamente quanto necessariamente, sfugge ai propri inseguitori.
C’è, accanto a questa gioia del dipingere, un bisogno, un’urgenza di esprimersi, di comunicare, riscontrabile nei veri pittori, che finiscono un po' per disperdere la propria arte nella propria vita.
Significa che l’artista viaggia oltre gli schemi, che non si preoccupa particolarmente della sua collocazione artistica, dello spazio che la critica gli assegna: significa, insomma, che l’artista anche spreca, getta al vento con generosa quanto inconsapevole leggerezza, parte delle proprie creazioni, seguendo il proprio istinto vitale, così, senza alcun calcolo, neanche quello nobile - ma pur sempre mediato - di natura più propriamente artistica.
A ben pensarci, però, quella - come definirla? - “gestione più oculata del proprio talento”, che affettuosamente io come altri gli chiedevamo, sarebbe dovuta scaturire da una precisa volontà di emergere, “di farsi strada”, che a Renato risultava sostanzialmente estranea, pur avendo egli esposto in varie importanti occasioni, anche all’estero: in Germania, in Austria, negli Stati Uniti.
Da qui, da questi suoi atteggiamenti liberi, in cui davvero arte e vita sapevano convivere senza confini, derivano certe sue simpatiche quanto significative particolarità: guai, ad esempio, a catalogare con ordine le sue opere; guai, se aveva bisogno di uno spazio per dipingere, spinto dall’ispirazione del momento, a cercare una nuova tela: spesso prendeva un’opera già realizzata che stava lì in un angolo, a portata di mano, e ci dipingeva sopra, o sul retro; abbiamo trovato, infatti, allestendo la mostra, alcuni suoi quadri - come dire? - doppi, “double face”!
E’ per questo suo modo libero di far arte, per questa sua attenzione al gesto stesso del dipingere, all’atto del creare visto come esperienza diretta, vita esso stesso, che, forse - ma non vuole essere davvero una forzatura -, il luogo dove ha necessariamente trovato spazio la mostra, l’officina, pur magistralmente trasformata in sala espositiva, è risultato essere alla fine, quasi per magia, un “habitat” congeniale all’arte di Renato Zanette: per quel suo essere luogo-simbolo della provvisorietà, del lavoro in corso, continuamente rettificato, trasformato, luogo del movimento…
Ma parliamo della mostra
Abbiamo scelto, con la preziosa consulenza dell’amico prof. Dalla Libera, detto Lhupo, quelle tele che potevano facilmente essere ricondotte ad un’idea di fondo, un tema, oltre che ad un certo modo di “vivere” la pittura. Non è stato facile; molti quadri sono rimasti esclusi; quelli ad esempio che possiamo definire “quadri nei quadri”, di cui abbiamo un modello qui in entrata, attraverso un’opera che vuol rappresentare un invito alla mostra, e con porrei cacanti ad un’altra che intende rivestire lo stesso significato introduttivo: l’autoritratto dal titolo “Mentre dipingo”, che ci offre di Renato un’immagine in puro movimento, quasi febbrile, tesa a comunicare le proprie emozioni, che si confonde con la tavolozza; immagine potente, per la verità anche un pò inquietante.

Era necessario, dicevo, scegliere, e abbiamo così selezionato un gruppo di opere, anche di anni diversi, che potessero essere legate ad una caratteristica di fondo dell’arte di Renato: il movimento.
Ed ecco allora la spettacolare serie delle auto da corsa: bolidi trasformati in macchie di colore rosso, giallo, bianco; grumi di colori in collisione, spezzoni di spoiler sfreccianti con le loro scie colorate; immagini seducenti, soprattutto per le loro caratteristiche cromatiche, che in qualche modo riscoprono il mito della macchina e della velocità di matrice futurista, ma che, nel contesto dell’arte di Renato, non sono che l’ennesima espressione dell’emotivo rapimento, talora quasi infantile, altre volte assai più evoluto, raffinato, prodotto in lui dal movimento, vuoi animale, vuoi umano, vuoi musicale.
E abbiamo, allora, i quadri riconducibili al ritmo particolare ed impalpabile del suono, creato dagli strumenti musicali, resi anch’essi vivi e parlanti, capaci di emozioni, come nella grande tela “Due viole in amore”, che vede accostati e palpitanti i due strumenti; abbiamo, in questo stesso ambito, la serie straordinaria dei “Direttori d’orchestra”: quale immagine più potente di un uomo che cerca di governare la musica e al tempo stesso la inventa, la crea, ed è insieme condannato ad inseguirla?! Quale potente metafora del pittore che tenta di catturare e governare la luce, il colore, le immagini, le forme, e al tempo stesso le inventa, ed infine è condannato inseguirle, prigioniero della sua stessa illusione?! Quale potente metafora - permettetemi - dell’uomo, che cerca di governare il movimento, la vita, al tempo stesso li genera, li crea, e infine, insieme, è condannato ad inseguirli!
Un altro gruppo di opere ha per tema l’animale - simbolo della forza, del vigore, della vitalità, della velocità, dell’equilibro, con cui migliaia di artisti si sono misurati: il cavallo.
I cavalli dei quadri di Renato: con quelle loro figure sempre immerse in un turbinio di colori, attraverso i quali, talvolta, si fa largo un occhio d’animale intenso e un po' spaesato, dietro cui si nasconde forse l’occhio dell’artista. E ancora l’elemento umano rappresentato dal fantino che tenta di governare il movimento seguendo quelle dell’animale, che produce egli stesso la vita, che la rincorre, la insegue.
E’ ancora il tema che abbiamo scelto a farla da padrone, poi, nei due quadri raffiguranti i levrieri in corsa (il quarto gruppo di opere), per finire con le immagini di due insetti: l’ape e la farfalla; quest’ultima in particolare tante volte ripresa da Renato Zanette, con quel suo “niente” di velocità e colore che certamente lo affascinava.
Opere, queste che abbiamo qui allineato, di grande continuità e coerenza, tipiche di anni in cui la ricerca giovanile sembra essersi, in parte almeno - pur nell’apparenza febbrile della sua pittura - placata; si è placato quel “nomadismo culturale” di cui qualche critico ha parlato, frutto della sua grande curiosità, ma mai dispersivo o sperimentalistico, come è stato notato, in quanto frutto di esperienze “sentite”, dove la forma è sempre al servizio del contenuto che Renato vuole esprimere.
Perché non c’è intellettualismo nell’arte di Zanette, che sa lasciarsi trascinare dal suo sicuro istinto, dalla vita…; e la vita esce dalla tela coi suoi colori, le sue forme, esplode con le sue emozioni. Velocità, movimento, libertà, dunque, ma anche equilibrio, bisogno di comunicare e di farsi capire: Renato non abbandona totalmente la figura al suo destino, alle sue estreme conseguenze, lasciando che si dissolva nel colore; Renato non diventa pittore astratto: è, probabilmente, il suo bisogno di comunicazione a frenarlo, a suggerirgli questo fragile quanto magico equilibrio tra movimento-forma-colore, per cui le sue opere, alla fine, rimangono, pur con qualche difficoltà di lettura, sostanzialmente decifrabili.
In questa chiave, se avessimo più tempo, sarebbe anche interessante riflettere sull’attrazione che su di lui esercitavano alcuni grandi pittori contemporanei, come l’italiano Afro o l’inglese di origine irlandese Bacon. Quest’ultimo, in particolare, ha ispirato alcune suo opere, anche se mi pare lontano dal suo modo di sentire l’arte.
Francis Bacon con quelle sue deformazioni, quei suoi corpi distorti e sfigurati, con le sue angosce, mi sembra, infatti, più rappresentare ciò che Zanette non era, o non poteva essere se non drammatizzando la propria arte, stravolgendola con la propria natura. E allora, come spesso succede, Renato era attratto da Bacon, come verso qualcosa di opposto al suo modo di vivere l’arte.
Vorrei concludere questo mio intervento accompagnandovi su un altro terreno artistico, la poesia, e leggervi, per questa bella occasione, una lirica di Eugenio Montale, che mi è parsa vicina al modo leggero di sfiorare la vita da parte di Renato: leggero ma tutt’altro che superficiale!…
La composizione, che s’intitola “Maestrale”, parla appunto del vento che muove le piante, che muove il paesaggio; parla delle “cose” che sembrano svelare i loro segreti più intimi, e sembrano chiedere di essere portate “più in là” dalla penna del poeta o dal pennello del pittore.
E dedichiamo questa poesia a Renato, così, con semplicità, leggerezza ed amicizia.

MAESTRALE

S’è rifatta la calma
nell’aria: tra gli scogli parlotta la maretta.
Sulla costa quietata, nei brogli, qualche palma
a pena svetta.

Una carezza disfiora
la linea del mare e la scompiglia
un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora
il cammino ripiglia.

Lameggia nella chiaria
la vasta distesa, s’increspa, indi si spiana beata
e specchia nel suo cuore vasto la codesta povera mia
vita turbata.

O mio tronco che additi,
in questa ebrietudine tarda,
ogni rinato aspetto coi germogli fioriti
sulle tue mani, guarda:

sotto l’azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
nè sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
“più in là”!